IndiePop, Febbraio 2007
Non è mai facile parlare di qualcosa che, alla faccia di qualunque rigore didascalico, ha percorso di gran carriera il tragitto che dalla (ormai indifferente) materialità d’un jewel case porta alla sostanza spirituale del Sé ascoltatore. Seguendo allora solo le mie contaminazioni dovrei aver saltato questa introduzione, debole sforzo di contestualizzazione, e preso a dir degli -Elettronoir- come riprendendo ex abrupto il filo d’un discorso che non ho mai smesso di produrre dal momento in cui m’imbattei, spirto auricolare, sulle scabrissime superfici di “Dal fronte dei colpevoli”, quel disco scheletrico dai tendini rinsecchiti, ed intenso e disperato, da cui penzolavano alcune fra le più vivide masse sanguinanti di canzoni d’amore e piombo della canzone d’autore italiana.
Avrei dovuto, ma forse è meglio, se leggete, che capiate da subito che reco cicatrici. E che d’altra parte m’è felice offrire ancora il fianco all’aspro inganno in cui in ultima istanza consiste l’arte riuscita.
E allora si dirà da principio che questo ep contiene due canzoni che, senza che chi le ha prodotte detenga uno straccio di valorizzazione discografica, meritano -da subito- quell’immortalità che è nostra abitudine concedere per sport a Rapidi Immeritevoli.
Non sto dicendo del disco d’indiepop da primo posto in classifica nelle playlist, né della sveltina radiofonica che tutti finiscono per associare alla mappa del dna personale.
Direi, se me lo consentite, piuttosto di quello spazio austero, inattingibile al semplice richiamo, in cui si posizionano, come trofei immateriali, i fortunati casi che imbattervicisi cambia la percezione della categoria in questione.
Si può anche non credere più molto alla canzone d’autore italiana. E se Non voglio che Clara e Baustelle non vi hanno convinto più di tanto, provate a dare un ascolto a “Laika” e a “La dolce vita” (qui in versione rinvigorita).
Non cito per affinità stilistiche, non tanto e non più troppo. “Laika” è un pezzo che non è sulle corde di nessun altro. Pochi accordi, in fondo una canzone che sarebbe potuta stare, dandogli lustro e al netto delle chitarre (che pur ci starebbero), su “Ha! ha! ha!” degli Ultravox di John Foxx, con cui tra l’altro Pantosti sembra spartire affinità di timbro. Ma v’è più che un punk raffinato e riscaldato a microonde; quelle spigolosità sono state mutate in Italia, finalmente centro. Si respira una tradizione e di secondo in secondo la si perde all’ascolto, smarrita come in viaggio verso il cielo. Lanciati con occhi umidi di cagnetta per lo spazio senza cibo in scatola.
E laddove la tradizione un po’ arranca, gli -EN- gli allungano un po’ d’energetico: oserei quindi avventurarmi fino all’ardito concetto che la cover di “Memorie di una testa tagliata” (C.S.I.) abbia fatto d’esso un pezzo migliore, ridotto e ampliato al suo proprio nucleo d’essenza. Rivestito d’oro e di quel marchio di fabbrica ch’è l’accoppiata basso pulsante-piano elettrico Cavucci-Pantosti.
“Mondo folle” – che chi non ama spulciare con filologica avvedutezza le copertine dei cd sarà trasalito ad ascoltare (e per più d’un motivo) – è un altro colpo di teatro andato a bersaglio, a rivendicare forse classicità, nonchalance, intelligenza musicale: i Tears for Fears ne escono finemente commemorati e, anche se con lyrics totalmente riscritte, chi al tempo del sublime “The hurting” si limitava a lallare, oggi sa di cosa, suo malgrado, si lamentava.
Procuratevi questo ep. Se non lo fate passate dalla parte dei colpevoli, ma quelli sbagliati.
E’ l’ultima occasione per fare poi gli intenditori.
Alessandro
IndiePop.it Febbraio 2007
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