IndiePop, Febbraio 2006
La recente anabiosi italica verrà un giorno meglio vagliata, provvedendo a fornire certificazioni storiografiche del perché tutta insieme (e, ça va sans dire, insperata) germoglia la creatività fieramente “nazionalistica” dell’ultima nostrana generazione di autori.
S’intenda per nazionalismo quel melodiare quieto e pacificato nella bellezza risplendente dell’idioma cisalpino, non votato a questo o quel mascheramento di modello anglosassone, che da qualche anno fa fremere d’inesperienza il nostro (c’è da dirlo) immoto mercato.
I Baustelle, avan-retro-guardia da classifica, stanno aprendo un’ulteriore breccia, ma il primo originario solco inizia ora a popolarsi di frutti indipendenti.
Gli Elettronoir prendono le mosse proprio da quel sentore narratologico e dal suo nitore atro-cronachistico, volgendolo alla misura del concept.
“Dal fronte dei colpevoli” suona sorprendentemente ambizioso se concepito come opera prima dei nostri, e suona fascinosamente artificioso, freddo (elettrico e nero, per l’appunto) eppure innervato di melodramma, inflessione e fors’anche logorrea partenopea.
Zoomma disinvoltamente sull’esterno/interno d’una trama poliziottesca, l’articola in capitoli interrelati d’ottima coerenza ma soprattutto è credibile poiché si lascia assumere in blocco come unitario. Predilige il piano come strumento guida e richiama una furiosa, affettata, volgare batteria elettronica in surmenage. Un basso guizzante e dosati microeffetti di synth fanno il resto sulla voce di Marco Pantosti, autore.
L’opening track “La dolce vita”, doppia vetta dell’opera, va subito diritta alla meta del manuale “come assemblare la canzone perfetta”, forte di una melodia lieve ma avvolgente e un testo ad alta tensione evocativa. Il backing di voce femminile riproduce da vicino l’estetica canora baustelliana ed un pigolare lounge che scava le meningi.
“Nero, Zero” accoglie sul tappeto rollante di drum machine una sfilza impressionante di parole che sembrano smarrire melodia guadagnando in vis espressionista. Altrove (“La pelle”) v’è più misura e l’impressione generale è che laddove il tempo delle canzoni rallenti il modello baustelle sia più forte. Il che non è necessariamente un male, visto che trattasi dei pezzi più compiuti. Ma sarebbe riduttivo liquidare la faccenda con un debito formativo: gli Elettronoir non hanno la “leggerezza” citazionistica dei Baustelle: il sinistro lucore della pistola puntata alla tempia, l’odore di bassofondo e di polvere da sparo sono quasi tinta naturalistica.
Maurizio Merli e Napoli violenta. Truffaut (?) e Gian Maria Volontà (lungamente campionato per la geniale “Il dovere di reprimere”: lungo entusiasmante climax).
Un’opera tellurica, fosca, musicalmente ancora in formazione ma tanto personale e originale da meritare già da ora tutti i riflettori possibili. Gli ingredienti del grande songwriting sono già presenti, in ordine arruffato e featuring qualche piccola affettazione, che però mi piacerebbe avallare e scommettere che saprà trovare collocazione in uno stile pienamente dispiegato.
Forse esattamente quando gli Elettronoir, come meritano, troveranno l’etichetta che li meriti. .
Alessandro
www.indiepop.it febbraio 2006
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