Kaos – parte prima

La professoressa V. del liceo Aristofane del Tufello di Roma, all’indomani della maturità 1995, mi bucava le tempie col suo dogma ossessivo “Contestualizzate i versi, per capire bisogna contestualizzare…capito?…e tu Pantosti ricorda: i poeti della sezione C hanno fatto sempre una brutta fine. Meno Poesia, più contesto! Capito Pantò?!?!?!”…

Arrivarono i tedeschi da Potsdam, Berlino. Arrivarono con la polvere delle macerie del muro sul viso, nella testa e sulle spalle.
Una notte Ivan si perse. Si perse fra i Monti Tiburtini e Via (o quartiere) di Pietralata…quando lo trovammo stava al Tiburtino III, dove, per intenderci, c’era l’ufficio di collocamento. In mano aveva un libro di un italiano, tradotto in lingua tedesca. Stava ripercorrendo le strade ed i luoghi di anime protagoniste del racconto e sarebbe arrivato al Pincio se solo non si fosse imbattuto nella speculazione edilizia che regna Roma…
La copertina era verde. c’era scritto -Pier Paolo Pasolini- “Una Vita Violenta”.
La professoressa V. non ci disse mai nulla di Pasolini. Ricordo solo il suo imbarazzo quando le raccontai l’episodio. Del resto i ragazzi di Posdam studiavano Pasolini e noi alla maturità portavamo il Congresso di Vienna e Leopardi. diceva “eccesso di geni nella letteratura italiana”…pensavo ad un vater pieno della mia voglia di comunanza con almeno un uomo/donna al mondo. Mi sentivo un emarginato/inadeguato. non avevo nulla e senza saperlo, senza conoscenza e coscienza, mi avevano tolto pure Pasolini.

Già. Me ne avevano privato. e non me ne rendevo conto. in giro Pasolini era il frocio ammazzato da Pelosi (qualcuno diceva anche dalla Banda della Magliana). Il poeta dei pervertiti…Quando arrivai alle pagine di Ragazzi di vita stavo in soffitta all’Abbadia. Avevamo avuto uno zio a Milano che a cavallo fra gli anni 50 e 70 aveva svolto il mestiere di edicolante. La sua eredità consisteva in libri edizione economica di Soldati, Moravia, Hugo, fumetti di Pratt e Pazienza…Pasolini.
In realtà cercavo foto, album della mia famiglia, ma davanti al libro ebbi la stessa sensazione di quando si apre un album di foto che ti riguarda.

Riconobbi finalmente il mio mondo, e diedi un volto a Roma. Ecco…Roma. Credo che nessun altro abbia mai messo in chiaro le dinamiche di Roma. Roma come metafora. Roma come simbolo della “grande comunità che si allarga quasi per degradare sempre più in nome della trasgressione”. L’unica umanità da raccogliere la trovavi sotto il raccordo anulare in costruzione. Nelle borgatelle di lamiere e cassette della verdura sfondate. Dove nun se magna. Dove se scopa a cazzo de cane. Dove fai batte tu madre perchè l’addominale te sfonneno da li buchi d’à miseria. Dove ce a porvere che te fa sanguinà li pormoni.
Si badi bene…erano gli anni in cui gli americani s’inventavano la dolce vita di Via Veneto…l’unica strada illuminata di notte nel centro della decadenza.

Pasolini una volta scrisse alla madre “Mamma, tu vedessi che cosa è Roma!”…Pasolini mi rapì. Non mi sentivo più emarginato, perchè capì che non lo ero mai stato.
Seguì tutto, sempre casualmente, di scoperta in scoperta, di album in album, di famiglia in famiglia, di Roma, in Roma…fino alla Terra del lavoro, Canto Popolare e Guinea.

Terra del lavoro, album fotografico ’40/’50
Vittorio de Sica era l’unico a crederci. Reclutava comparse dalla folla che scendeva dalla circolare n.°2 che fermava sul piazzale davanti a Cinecittà, la città del cinema disperato che come una piccola sinti faceva l’occhiolino ad Holliwood in cambio di qualche spiccio. Fare il verso agli americani che ci avevano comprato col piano Marshal.
Pasolini era un ventenne timido in cerca di se stesso. Un immigrato che aveva seguito i propri talenti, la ricerca di linguaggi. Era approdato alla Sapienza. Si era innamorato di un’umanità legata alla miseria. Quella non dignitosa, quella che non lascia scampo. Professione: poeta consapevole, incosciente, dal basso.
San Lorenzo dopo il bombardamento era poco più che un’esperienza irrinunciabile. Una sorta di cicatrice. Gli americani, i ricchi, Fellini , i paparazzi facevano gli svampiti della dolce vita romana. Ma la vita romana non era dolce. Tutt’altro. A Roma non si moriva d’amore. A roma si sbaraccavano glisfollati, i miserabili dalle baracche dell’acqua Brulicante, del casilino 900, del Tuscolo, del Mandrione. Strade da Accattone. Sogni da Mille ed una notte. Le trame di una mezza luna erotica restituita alla sfera sua più congrua, naturale ed immediata: narrazione di una canto del popolo. Il canto popolare aveva quest’attitudine. Lontano dalla Dolce vita di Fellini, prossimo, ma non coincidente, con Una vita difficile di Risi. Mastroianni era un’icona. Sordi un disperato. Pasolini un poeta/studente alla Corte di Saba e Moravia. Pasolini era Ninetto Davoli. La cementificazione. il fango. Il riso incondizionato ed il pudore di una prostituta che sul davanzale della propria baracca tiene in braccio il proprio bambino. E poi Cabiria, scappata dalla campagna ed approdata sulla Serenissima, ragazza di vita che seguì le masse, direzione Roma capitale di un sogno all’americana che non esisteva in nessun posto.
Pasolini recuperò il canto/anima/patos di tutto questo. Un enorme icone/ombra, a voce dismessa, dello spirito di perdizione di un patrimonio inestimabile che aveva i calli alle mani, e la voce spezzata alla ricerca di qualcosa da fare, per essere qualcosa che avesse senso. Un sole sul Monte dei cocci dove guardare la maledizione che circonda ed infetta i corpi, lo spirito, l’avvenire dei cantieri, della tangenziale sopra/elevata, delle caserme dei poveri…”Mamma, tu vedessi che cosa è Roma!”

(continua)

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