-elettronoir-

Un suono sospeso tra Morricone e Cure, Warp e Labrador. Gli anni ‘70 delle pellicole italiane e gli anni ‘80 della New Wave. Avanguardia e melodia. Pianoforte, Voce Maschile. Chitarra Basso. Elettronica, Campionamenti. Voce Femminile. Storie d’Italia degli anni 70, rosse come il sangue e nere come il piombo. Una colonna sonora per film già scritti, diretti, interpretati.



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Un mucchio di chiacchiere

Noi siam giù a testa bassa a provare, ma non è che non ce ne capitino di cose. Ad esempio, Il Mucchio Selvaggio pubblica sulle pagine di Fuori dal Mucchio una bella intervista che ci ha fatto Elena Raugei.

Per l’occasione, e credo sia la prima volta, siamo tutt’e cinque a rispondere. Si parla poco delle nostre canzoni (se volete sapere di che si tratta, basta ascoltarle) e tanto invece di come la musica stia cambiando; abbiamo cercato di evitare i soliti discorsi che ormai vi fanno pure le mamme, tirando fuori parecchio quello che è il nostro punto di vista e la nostra esperienza.

Il Mucchio Selvaggio Vs -elettronoir-

Interessante sia a livello sonoro che concettuale, “Non un passo indietro” (autoprodotto) è il secondo, ottimo album degli Elettronoir. Per l’occasione, il quintetto romano al gran completo – Marco Pantosti, Matteo Cavucci, Davide Mastrullo, Nando Mattera e Georgia Colloridi – si è prestato a sviscerare l’argomento.


Qual è stato il motivo di scelte come l’autoproduzione e il download libero tramite il vostro sito, dove è comunque possibile acquistare il CD? Non temete che il disco faccia fatica ad arrivare a chi non utilizza la Rete in maniera sistematica?

MP: Il motivo è semplice: l’urgenza creativa nello scrivere e proporre. Una volta reputatolo “pronto”, l’album è stato divulgato attraverso il nostro sito. I dischi non devono essere recepiti passivamente bensì devono circolare in libertà e con il minor numero possibile di intermediari, non tanto fra i soggetti (compositore/fruitore) quanto nel tempo (fase creativa/ricerca d’ascolto).  Chi scarica, in un secondo momento acquista: la vera innovazione sta nel fatto che non si compra più a scatola chiusa. Chi non usa la Rete non è un nostro contemporaneo e non potrebbe capire.
MC: Con Internet siamo abituati all’asincronicità: arriviamo alle cose quando vogliamo, non quando ce le impongono. Nessuno accende il computer a una determinata ora per un
programma, come facevano i nostri genitori con la televisione. Oggi scarichiamo centinaia di dischi, film e serie televisive che escono nel momento in cui premiamo il tasto “play” per la prima volta.
NM: Vorrei precisare che, nonostante i vantaggi relativi alla “politica” di gruppo e alla libertà di gestione dell’immagine, l’autoproduzione è stata una conseguenza della mancanza di alternative. Non disdegneremmo di valutare delle proposte discografiche, se apportassero reali benefici alla nostra causa.

A proposito del sito, apprezzo molto il vostro coinvolgimento e lo scambio di opinioni rivolto a pubblico e stampa.
MC: Se ci sono persone a cui piacciono le nostre canzoni, è naturale comunicare con loro in maniera “orizzontale” e senza filtri. Il mio sogno è che il sito diventi una specie di salotto per noi e per chi ci ascolta, con uno scambio completo e costante. Come una “bandzine”, un magazine -  non nel senso classico del termine – realizzato da una band dove, oltre a testi,  foto e mp3, si può trovare anche il nostro punto di vista sul mondo. E, se qualcuno lo desidera, può aggiungerci il proprio.

I
n tempi in cui il pubblico assaggia file piuttosto che ascoltare album dall’inizio alla fine, la sovrapproduzione non rischia di far passare inosservati tanti progetti di valore?
MP: Se il mercato è in difficoltà non è per via della sovrapproduzione che, in quanto creatività, è antidoto a ogni crisi. Il problema è che il mercato discografico adotta lo stesso marketing dagli anni 50. Ora come ora è possibile fare musica ed esprimersi sfruttando varie possibilità. La diffusione è importante ma secondaria, mentre la forza di ciò che dici ti tiene sempre a galla.
MC: Pescando continuamente dalla Rete, avviene una sorta di selezione naturale: ciò che è buono si afferma, ciò che è cattivo viene via via dimenticato. La musica è sana è salva, ma chi la fa magari vorrebbe ville con piscina, macchine veloci e chitarre personalizzate. Mi sembra invece chiaro che si stia passando dal “musicista pop” per professione a una figura spinta più dalla passione che dai soldi. Per questi ultimi, come diceva qualcuno, c’è sempre il lavoro.

Quanto è faticoso dedicarsi alla musica portando avanti altre attività professionali?
MP: Lo fai e basta. Ti organizzi, ti cerchi, pretendi e realizzi. Di giorno si lavora, poi si entra in un’altra dimensione e tutto comincia sul serio.
GC: È molto faticoso, hai detto bene! Soprattutto se il lavoro non lascia granché tempo libero. Credo sia per questo che parecchi artisti scelgono impieghi verso i quali non nutrono interesse, giusto per raccattare qualche soldo e pagare l’affitto. Mi viene in mente Charles Bukowski, che lavorava in una fabbrica di sottaceti, come tassista o usciere e scriveva di notte. Un completo disastro nella vita, ma in fondo una persona intellettualmente onesta. Voleva fare il giornalista e non gliel’hanno permesso, per cui preferiva inscatolare sardine di giorno e dedicarsi alla scrittura di notte piuttosto che piegarsi al sistema. E aveva ragione. Mettere le forze in un lavoro impegnativo e troppo distante concettualmente dalla tua passione, può generare confusione e frustrazione rendendoti la vita difficile. Meglio addormentarti puzzando di pesce e birra sulla tua macchina da scrivere…

Non un passo indietro è il secondo capitolo della trilogia avviata con “Dal fronte dei colpevoli”.
MP: La base è quella di un concept, una storia che si articola in tre dischi, tre capitoli di una narrazione, dove ogni canzone è un evento ben preciso ai fini della stratificazione della trama. La musica ne deve essere ovviamente portamento e ossatura. La storia parla di emarginazione e fughe, “ragazzi di vita” e una Napoli che muore in maniera cronica, senza mai resuscitare.
DM: Il concept e il suono della trilogia sono fortemente legate dalla coerenza stilistica, che mettiamo spesso a verifica. Questa ricerca-azione ci sta portando verso una dimensione sempre più essenziale e di sintesi.

L’album sfoggia grande cura sonora, numerosi ingredienti in una formula omogenea e personale. Come avete raggiunto questi risultati?
DM: L’obiettivo è “annusare” il proprio suono, definirlo per poi riproporlo. La ricerca individuale diventa di gruppo.
MP: A tentoni, per tentavi personali. Quando suoniamo, ci conosciamo sempre di più: le attitudini, i desideri, la voglia, la potenza e le negazioni. Dobbiamo imparare e provare. Lentamente e con i nostri tempi.
NM: È come se per ogni brano aprissimo una frigorifero, in cui di volta in volta troviamo una serie di ingredienti da cucinare. Sta a noi mettere insieme il tutto senza forzature, per trovare un gusto che ci rappresenti in modo elegante.

Ascoltando i brani, si avvertono varie influenze musicali, cinematografiche e letterarie.

DM: Le varie influenze sono probabilmente date dai background personali e dalla loro rielaborazione collettiva.
GC: Quelli che recepiamo non sono solo input artistici ma derivano anche dal nostro quotidiano, che cerchiamo di tradurre in emozione. Siamo molto più terreni di quanto possa sembrare.
MP: Potremmo elencare nomi all’infinito. Un giorno pubblicheremo sul sito bibliografia e filmografia essenziali, che ci hanno accompagnati durante il concepimento della trilogia.

I testi regalano immagini di forte impatto e il mood è alquanto cupo, orientato verso un pessimismo atemporale che finisce per rispecchiare i giorni correnti. Basti pensare alla scelta di rifarsi a Pasolini nella title track. Quanta attenzione prestate ai risvolti socio-politici?
MP: Il tentativo è trattare una storia calata nel turbine della fine degli anni 70 e riconoscerle degli spunti di attualità. Il fatto è che temi di esclusione e dinamiche di emarginazione sono, ahinoi, sempiterni. Pasolini l’ha insegnato, l’ha gridato fino a farsi ammazzare: abbiamo raccolto quell’urlo, riproponendolo nell’attualità.

Pensate che i ricorrenti accostamenti con i Baustelle derivino dal comune utilizzo delle due voci o magari dalla partecipazione di Rachele Bastreghi in “Mondo folle” (adattamento di un brano dei Tears For Fears, contenuto nell’EP “#102006”)?
MP: I Baustelle sono un’ottima band, ma noi siamo diametralmente opposti. Forse siamo suggestionati dallo stesso immaginario o forse è solo un modo come un altro per fare paragoni. Le due voci ci sono da sempre nella musica italiana: se questo fosse il motivo per cui ci accomunano ai Baustelle, ben venga… sempre meglio di Al Bano e Romina Power, no?
NM: E no, eh! Non toccarmi Al Bano… Sai che lo amo! L’accostamento con i Baustelle è precedente alla bella collaborazione con Rachele: oltre a ritenere ideale la sua voce per quel pezzo, volendo è stata una scelta un po’ provocatoria.

Parlando delle voci, cosa mi dite dell’avvicendamento tra Grazia Lucchese e Georgia?
MP: Due stili diversi, due voci incredibili. Grazia ha cantato in un disco difficile, in quanto esordio di un gruppo che non sapeva bene dove mettere le mani. Georgia è piovuta dal cielo, sta nelle nostre mani come un fiocco di neve che non si deve sciogliere. È una cantante eccezionale, destinata a crescere: il suo percorso parte da “Non un passo indietro” e non vedo l’ora di sentirlo evolvere.
NM: Grazia all’inizio è stata la scelta più naturale: venivo da una lunga esperienza con lei in un’altra band, ed è stato quasi automatico che venisse coinvolta negli Elettronoir. Con il tempo sono venute fuori esigenze stilistiche diverse, così ha lasciato il progetto con naturalezza ed è subentrata Georgia con il suo entusiasmo.

Per chiudere, ci sono concerti in programma?

MC: Se riuscissimo a fare una decina di date sparse da qua alla fine dell’anno, sarebbe meraviglioso. C’è da combattere con chi gestisce i locali ma non ascolta i dischi, con chi ha spazi a disposizione ma preferisce spingere il gruppetto dell’amico, con chi pretende che si vada a suonare gratis col pretesto della gavetta. Dal punto di vista etico, è terribile. Non è che si voglia diventare ricchi, ma nemmeno tirar fuori i soldi per suonare in giro. E la colpa, in fin dei conti, non è solo dei gestori o degli organizzatori. La colpa è del pubblico, che se non conosce chi suona non esce di casa, o delle band, che accettano di esibirsi gratis in cambio di quindici minuti di gloria. Parlando di queste cose, si viene fraintesi con facilità. Passateci a trovare, che se ne dialoga volentieri.

5 Commenti a “Un mucchio di chiacchiere”

  1. Matteo dice:

    Su questo numero mi fa piacere leggere pure dei Methel & Lord, che per chi non lo sapesse ancora, meritano davvero.

  2. Elena dice:

    Matteo, grazie della doppia segnalazione! Vi aspetto a suonare dalle mie parti. A presto!

  3. Matteo dice:

    …ma di che, Elena siamo noi a doverti ringraziare, chè hai saputo tirar fuori bei argomenti di cui discutere.

    Magari a venire a suonare dalle tue parti! Speriamo in qualche festivalino estivo che ci voglia in cartellone, per noi sarebbe un onore ;)

  4. Giulia dice:

    :-) bravi…..

  5. brassy dice:

    Proprio un’intervista a carina, sembra di vedervi seduti intorno a un tavolino a prendere il té mentre vi scambiate opinioni sull’universo elettronoir (e finalmente qualche domanda un po’ diversa!)

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Dal Fronte dei Colpevoli #102006 Non Un Passo Indietro

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