Un mucchio di chiacchiere
Noi siam giù a testa bassa a provare, ma non è che non ce ne capitino di cose. Ad esempio, Il Mucchio Selvaggio pubblica sulle pagine di Fuori dal Mucchio una bella intervista che ci ha fatto Elena Raugei.
Per l’occasione, e credo sia la prima volta, siamo tutt’e cinque a rispondere. Si parla poco delle nostre canzoni (se volete sapere di che si tratta, basta ascoltarle) e tanto invece di come la musica stia cambiando; abbiamo cercato di evitare i soliti discorsi che ormai vi fanno pure le mamme, tirando fuori parecchio quello che è il nostro punto di vista e la nostra esperienza.
Il Mucchio Selvaggio Vs -elettronoir-
Interessante sia a livello sonoro che concettuale, “Non un passo indietro” (autoprodotto) è il secondo, ottimo album degli Elettronoir. Per l’occasione, il quintetto romano al gran completo – Marco Pantosti, Matteo Cavucci, Davide Mastrullo, Nando Mattera e Georgia Colloridi – si è prestato a sviscerare l’argomento.
Qual è stato il motivo di scelte come l’autoproduzione e il download libero tramite il vostro sito, dove è comunque possibile acquistare il CD? Non temete che il disco faccia fatica ad arrivare a chi non utilizza la Rete in maniera sistematica?
MP: Il motivo è semplice: l’urgenza creativa nello scrivere e proporre. Una volta reputatolo “pronto”, l’album è stato divulgato attraverso il nostro sito. I dischi non devono essere recepiti passivamente bensì devono circolare in libertà e con il minor numero possibile di intermediari, non tanto fra i soggetti (compositore/fruitore) quanto nel tempo (fase creativa/ricerca d’ascolto). Chi scarica, in un secondo momento acquista: la vera innovazione sta nel fatto che non si compra più a scatola chiusa. Chi non usa la Rete non è un nostro contemporaneo e non potrebbe capire.
MC: Con Internet siamo abituati all’asincronicità: arriviamo alle cose quando vogliamo, non quando ce le impongono. Nessuno accende il computer a una determinata ora per un
programma, come facevano i nostri genitori con la televisione. Oggi scarichiamo centinaia di dischi, film e serie televisive che escono nel momento in cui premiamo il tasto “play” per la prima volta.
NM: Vorrei precisare che, nonostante i vantaggi relativi alla “politica” di gruppo e alla libertà di gestione dell’immagine, l’autoproduzione è stata una conseguenza della mancanza di alternative. Non disdegneremmo di valutare delle proposte discografiche, se apportassero reali benefici alla nostra causa.
A proposito del sito, apprezzo molto il vostro coinvolgimento e lo scambio di opinioni rivolto a pubblico e stampa.
MC: Se ci sono persone a cui piacciono le nostre canzoni, è naturale comunicare con loro in maniera “orizzontale” e senza filtri. Il mio sogno è che il sito diventi una specie di salotto per noi e per chi ci ascolta, con uno scambio completo e costante. Come una “bandzine”, un magazine - non nel senso classico del termine – realizzato da una band dove, oltre a testi, foto e mp3, si può trovare anche il nostro punto di vista sul mondo. E, se qualcuno lo desidera, può aggiungerci il proprio.
In tempi in cui il pubblico assaggia file piuttosto che ascoltare album dall’inizio alla fine, la sovrapproduzione non rischia di far passare inosservati tanti progetti di valore?
MP: Se il mercato è in difficoltà non è per via della sovrapproduzione che, in quanto creatività, è antidoto a ogni crisi. Il problema è che il mercato discografico adotta lo stesso marketing dagli anni 50. Ora come ora è possibile fare musica ed esprimersi sfruttando varie possibilità. La diffusione è importante ma secondaria, mentre la forza di ciò che dici ti tiene sempre a galla.
MC: Pescando continuamente dalla Rete, avviene una sorta di selezione naturale: ciò che è buono si afferma, ciò che è cattivo viene via via dimenticato. La musica è sana è salva, ma chi la fa magari vorrebbe ville con piscina, macchine veloci e chitarre personalizzate. Mi sembra invece chiaro che si stia passando dal “musicista pop” per professione a una figura spinta più dalla passione che dai soldi. Per questi ultimi, come diceva qualcuno, c’è sempre il lavoro.
Quanto è faticoso dedicarsi alla musica portando avanti altre attività professionali?
MP: Lo fai e basta. Ti organizzi, ti cerchi, pretendi e realizzi. Di giorno si lavora, poi si entra in un’altra dimensione e tutto comincia sul serio.
GC: È molto faticoso, hai detto bene! Soprattutto se il lavoro non lascia granché tempo libero. Credo sia per questo che parecchi artisti scelgono impieghi verso i quali non nutrono interesse, giusto per raccattare qualche soldo e pagare l’affitto. Mi viene in mente Charles Bukowski, che lavorava in una fabbrica di sottaceti, come tassista o usciere e scriveva di notte. Un completo disastro nella vita, ma in fondo una persona intellettualmente onesta. Voleva fare il giornalista e non gliel’hanno permesso, per cui preferiva inscatolare sardine di giorno e dedicarsi alla scrittura di notte piuttosto che piegarsi al sistema. E aveva ragione. Mettere le forze in un lavoro impegnativo e troppo distante concettualmente dalla tua passione, può generare confusione e frustrazione rendendoti la vita difficile. Meglio addormentarti puzzando di pesce e birra sulla tua macchina da scrivere…
Non un passo indietro è il secondo capitolo della trilogia avviata con “Dal fronte dei colpevoli”.
MP: La base è quella di un concept, una storia che si articola in tre dischi, tre capitoli di una narrazione, dove ogni canzone è un evento ben preciso ai fini della stratificazione della trama. La musica ne deve essere ovviamente portamento e ossatura. La storia parla di emarginazione e fughe, “ragazzi di vita” e una Napoli che muore in maniera cronica, senza mai resuscitare.
DM: Il concept e il suono della trilogia sono fortemente legate dalla coerenza stilistica, che mettiamo spesso a verifica. Questa ricerca-azione ci sta portando verso una dimensione sempre più essenziale e di sintesi.
L’album sfoggia grande cura sonora, numerosi ingredienti in una formula omogenea e personale. Come avete raggiunto questi risultati?
DM: L’obiettivo è “annusare” il proprio suono, definirlo per poi riproporlo. La ricerca individuale diventa di gruppo.
MP: A tentoni, per tentavi personali. Quando suoniamo, ci conosciamo sempre di più: le attitudini, i desideri, la voglia, la potenza e le negazioni. Dobbiamo imparare e provare. Lentamente e con i nostri tempi.
NM: È come se per ogni brano aprissimo una frigorifero, in cui di volta in volta troviamo una serie di ingredienti da cucinare. Sta a noi mettere insieme il tutto senza forzature, per trovare un gusto che ci rappresenti in modo elegante.
Ascoltando i brani, si avvertono varie influenze musicali, cinematografiche e letterarie.
DM: Le varie influenze sono probabilmente date dai background personali e dalla loro rielaborazione collettiva.
GC: Quelli che recepiamo non sono solo input artistici ma derivano anche dal nostro quotidiano, che cerchiamo di tradurre in emozione. Siamo molto più terreni di quanto possa sembrare.
MP: Potremmo elencare nomi all’infinito. Un giorno pubblicheremo sul sito bibliografia e filmografia essenziali, che ci hanno accompagnati durante il concepimento della trilogia.
I testi regalano immagini di forte impatto e il mood è alquanto cupo, orientato verso un pessimismo atemporale che finisce per rispecchiare i giorni correnti. Basti pensare alla scelta di rifarsi a Pasolini nella title track. Quanta attenzione prestate ai risvolti socio-politici?
MP: Il tentativo è trattare una storia calata nel turbine della fine degli anni 70 e riconoscerle degli spunti di attualità. Il fatto è che temi di esclusione e dinamiche di emarginazione sono, ahinoi, sempiterni. Pasolini l’ha insegnato, l’ha gridato fino a farsi ammazzare: abbiamo raccolto quell’urlo, riproponendolo nell’attualità.
Pensate che i ricorrenti accostamenti con i Baustelle derivino dal comune utilizzo delle due voci o magari dalla partecipazione di Rachele Bastreghi in “Mondo folle” (adattamento di un brano dei Tears For Fears, contenuto nell’EP “#102006”)?
MP: I Baustelle sono un’ottima band, ma noi siamo diametralmente opposti. Forse siamo suggestionati dallo stesso immaginario o forse è solo un modo come un altro per fare paragoni. Le due voci ci sono da sempre nella musica italiana: se questo fosse il motivo per cui ci accomunano ai Baustelle, ben venga… sempre meglio di Al Bano e Romina Power, no?
NM: E no, eh! Non toccarmi Al Bano… Sai che lo amo! L’accostamento con i Baustelle è precedente alla bella collaborazione con Rachele: oltre a ritenere ideale la sua voce per quel pezzo, volendo è stata una scelta un po’ provocatoria.
Parlando delle voci, cosa mi dite dell’avvicendamento tra Grazia Lucchese e Georgia?
MP: Due stili diversi, due voci incredibili. Grazia ha cantato in un disco difficile, in quanto esordio di un gruppo che non sapeva bene dove mettere le mani. Georgia è piovuta dal cielo, sta nelle nostre mani come un fiocco di neve che non si deve sciogliere. È una cantante eccezionale, destinata a crescere: il suo percorso parte da “Non un passo indietro” e non vedo l’ora di sentirlo evolvere.
NM: Grazia all’inizio è stata la scelta più naturale: venivo da una lunga esperienza con lei in un’altra band, ed è stato quasi automatico che venisse coinvolta negli Elettronoir. Con il tempo sono venute fuori esigenze stilistiche diverse, così ha lasciato il progetto con naturalezza ed è subentrata Georgia con il suo entusiasmo.
Per chiudere, ci sono concerti in programma?
MC: Se riuscissimo a fare una decina di date sparse da qua alla fine dell’anno, sarebbe meraviglioso. C’è da combattere con chi gestisce i locali ma non ascolta i dischi, con chi ha spazi a disposizione ma preferisce spingere il gruppetto dell’amico, con chi pretende che si vada a suonare gratis col pretesto della gavetta. Dal punto di vista etico, è terribile. Non è che si voglia diventare ricchi, ma nemmeno tirar fuori i soldi per suonare in giro. E la colpa, in fin dei conti, non è solo dei gestori o degli organizzatori. La colpa è del pubblico, che se non conosce chi suona non esce di casa, o delle band, che accettano di esibirsi gratis in cambio di quindici minuti di gloria. Parlando di queste cose, si viene fraintesi con facilità. Passateci a trovare, che se ne dialoga volentieri.










marzo 3rd, 2009 alle 10:25
Su questo numero mi fa piacere leggere pure dei Methel & Lord, che per chi non lo sapesse ancora, meritano davvero.
marzo 3rd, 2009 alle 14:14
Matteo, grazie della doppia segnalazione! Vi aspetto a suonare dalle mie parti. A presto!
marzo 3rd, 2009 alle 14:23
…ma di che, Elena siamo noi a doverti ringraziare, chè hai saputo tirar fuori bei argomenti di cui discutere.
Magari a venire a suonare dalle tue parti! Speriamo in qualche festivalino estivo che ci voglia in cartellone, per noi sarebbe un onore ;)
marzo 5th, 2009 alle 03:31
:-) bravi…..
marzo 6th, 2009 alle 07:35
Proprio un’intervista a carina, sembra di vedervi seduti intorno a un tavolino a prendere il té mentre vi scambiate opinioni sull’universo elettronoir (e finalmente qualche domanda un po’ diversa!)