-elettronoir-

Un suono sospeso tra Morricone e Cure, Warp e Labrador. Gli anni ‘70 delle pellicole italiane e gli anni ‘80 della New Wave. Avanguardia e melodia. Pianoforte, Voce Maschile. Chitarra Basso. Elettronica, Campionamenti. Voce Femminile. Storie d’Italia degli anni 70, rosse come il sangue e nere come il piombo. Una colonna sonora per film già scritti, diretti, interpretati.



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Giona

Succede quando fai posto nella tua testa….per spiegarmi meglio,
è come quando fai una cernita dei ricordi per sorprenderti da solo di quanto, incredibilmente, anche uno qualunque, come me, abbia un senso del vissuto. Si aprono i ricordi come lettere e si legge il viso che avevi, le risate che hai consegnato al mondo, lo sguardo e la pelle concessa in maniera irripetibile.
Succede tipo quando vieni licenziato, oppure quando traslochi.
Prendi i cartoni e cominci a riepirli. Scorre un album fotografico senza foto, fatto di profumi e colori che crollano dentro un mondo che non è andato perso e mai andrà perso.
Fai spazio quando ti serve altro spazio perchè arriva di nuovo un nuovo te stesso.
Stavo facendo posto, perchè arriva qualcosa che mi ha già cambiato molto.
Salta fuori ed io sento di pubblicarlo, non so se l’avevamo già fatto…ma in questo momento è giusto per una lettera d’amore di qualche mese fa…
Grazie Giona.

” Gli Elettronoir sanno scrivere canzoni. E se questa affermazione può sembrare banalmente tautologica, cos’altro dovrebbe saper fare una band?, provate a fare mente locale rispetto al panorama della musica italiana. La roba che circola per le radio è sempre la solita: la fuffa prezzolata dalle case discografiche che mentre lamentano l’assenza di novità, non rischiano un euro su gente che non sia raccomandata dai soliti noti o amica degli amici.

E invece gli Elettronoir non sono la solita roba. Ma proprio per niente.

Se invece che in Italia ci trovassimo a vivere in una delle realtà parallele della Marvel, gli Elettronoir sarebbero i nostri Klaxons. O High Llamas. Dei Klaxons che però nelle orecchie hanno conservato le meraviglie di Siberia dei Diaframma. E i ragazzetti che camminano in giro con gli anfibi slacciati o le converse scalcagnate con i pantaloni a vita bassa-bassissima, indosserebbero le t-shirt con il logo degli Elettronoir.

Se infatti accettiamo il fatto che una band deve essere in grado di scrivere canzoni e che le canzoni sono fatte per essere condivise, un’esperienza che mentre racconta una storia evoca altri mondi possibili, allora gli Elettronoir oggi non hanno pari in Italia anche se magari non ne avete mai sentito parlare. E questo, credetemi, è un vero crimine. Una vergogna.


(Ma se non ne avete sentito parlare, datevi da fare, accidenti a voi! Cercateli e mettete mano alla tasca. L’unica musica che vale la pena comprare è la musica “bella”).


Mi sono innamorato degli Elettronoir, lo ammetto e così smetto di nascondermi dietro un dito, dopo aver ascoltato Sciarti, un brano contenuto nel loro mini cd. Una domenica mattina. E poi ho mandato in heavy rotation il brano. E mi chiedevo: com’è che non sono ricchissimi e vendono milioni di copie? E perché circolano ancora i Tiro Mancino?

Se c’è una cosa che detesto della musica italiana è il peso delle parole nell’economia della musica. Quando ascolti una canzone in italiano senti sempre il peso dell’esibizione della cultura libresca. Le parole prese di peso da altri mondi e calate in strutture che in realtà le rifiutano. Le parole che gambizzano la canzone mentre tu pensi con un ghigno: “Che idioti!”. Le parole che devono dire per forza qualcosa. Quelle cose che in genere la canzone, ossia la melodia, la struttura, non riesce a dire neanche se minacciata. Con gli Elettronoir, invece, e ben prima che sapessi che faccia avessero Marco e Matteo, non mi è capitato. E non mi capitava dai tempi dei Diaframma di Siberia, appunto (oppure andando più indietro di Alberto Camerini). Vabbeh, La Crus.


Marco canta come se la sua vita fosse ostaggio della canzone. Come se lottasse per trovare ogni volta un nuovo modo per cantarla e per farcela vedere. Lo senti nella tua pelle che Marco canta con tutta la sua vita. E la band che è lì, che lo segue come un muscolo. Con i nervi tesi. Stanno evocando una visione. O un sortilegio. Li ascolti e sai che per loro la musica è una cosa dannatamente seria: ne va della loro vita.

L’autentico miracolo degli Elettronoir è che sanno esattamente quello che stanno facendo. Sanno come farlo ma io, nel caso volessi ascoltare solo belle canzoni, mi godo il frutto del loro lavoro come se le loro canzoni nascessero nelle loro teste e nei loro cuori senza nessuno sforzo.


Il piacere, con loro, diventa commozione.


Per questo motivo, alla NoShame, abbiamo pensato di commissionare loro un brano per il nostro box SEXYBITION.

Vedevo chiaramente dove la loro visione cinematografica avrebbe potuto agganciarsi al film di Poeti ma temevo anche un rifiuto: come noi mettere le mani su quello che è poco meno di un porno? Giammai! E invece: Marco e Matteo super-entusiasti. E io, vergognandomi un po’: guardate che si
lavora per la gloria. E loro: va benissimo. Mi permetto di fornire a Marco e Matteo un’unica indicazione: vogliamo una canzone bella come Sciarti.

Quando ci rivediamo loro mi portano Diva. E io stento a crederci. Mi vergogno. Quella canzone vale milioni e loro me la regalano. Ce la regalano. Mi mancano le parole. La voce di Georgia s’intreccia con quella di Marco. Il testo insegue la traccia narrativa del film. Tutta la malinconia dei corpi avvinghiati in torride evoluzioni saffiche diventa gocce di suono inebriate dal sole.

Ascolto Marco che mi spiega. Mi spiega come ha lavorato sul film per arrivare alla canzone. Nessuno snobismo. Nemmeno quello al contrario per cui un film di genere vale più di Antonioni. Solo serietà e passione. E voglia di fare un lavoro ben fatto. Ovviamente per inserire il brano tra gli extra di Inhibition bisogna trovare un corredo adatto di immagini. E dopo poco tempo, mi viene sottoposto una nuova versione del film di Poeti: una versione lunga quanto Diva che è qualcosa di più di una semplice clip. Un’autentica riscrittura del film. La sua reinvenzione come musica: come canzone.

Ecco: il destino degli Elettronoir è la canzone. Come forma e strumento d’indagine del reale. Anche le immagini loro le aggregano come se inseguissero un tracciato ritmico e musicale che sta oltre la superficie delle cose visibili. Tutte le grandi canzoni aprono varchi nella percezione. Tra le cose scoperte dagli occhi, le canzoni ne aggiungono altre mai viste.

Ciò che i citazionisti a oltranza tendono a dimenticare con troppa facilità è che la scelta dei materiali è la traccia del sentire. Ossia la scelta diventa politica della scelta e quindi segno della propria presenza tra i materiali della realtà e del mondo. Non si sceglie a caso. Proprio come non si vive a caso. O almeno non si dovrebbe.

Quando ascolto Sciarti, Diva e le altre canzoni degli Elettronoir mi sembra di trovarmi di fronte a mondi che vengono evocati mentre ascolto. Provo il piacere di partecipare a futuri possibili, a mondi che ancora non sono ma che saranno. Li sento al mio fianco. Persone che vivono nel mio mondo. Come quando scopri per la prima volta Lou Reed o i Ramones. Sai che sono altro. Ma sai anche che per i santi uffici dell’intercessione dell’arte loro sono anche te.

Gli Elettronoir stanno nelle cose del mondo con un grande rispetto per il mondo stesso. Non inquinano. Sino a ora, ogni cosa che reca il loro nome ha aggiunto sempre cose nuove al mondo. Almeno al mio (ma sono sicuro che potrebbero aggiungerle anche al vostro: dategliene la possibilità!). Gli Elettronoir non prendono, danno. Ma danno con rispetto per chi potenzialmente riceve: offrono. E loro sanno che si può anche rifiutare un’offerta. Fa parte del gioco. Ma io ho preso. E spero di prendere ancora. O meglio: spero di ricevere ancora da loro. E mi auguro di meritarmi ancora la loro musica.

Giona A. Nazzaro

Un Commento a “Giona”

  1. utente anonimo dice:

    “o high llamas.”

    beh insomma, decidiamoci, ce ne passa tra i klaxons e il gruppo di sean o’hagan, eh.

    in attesa del nuovo lavoro e con affetto, david/dansero ;)

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